giovedì 8 dicembre 2016

Conferenza del cardinale Robert Sarah sulla liturgia

Dal 5 all’8 luglio 2016 si è svolta a Londra l’edizione annuale del Convegno internazionale Sacra Liturgia 2016, nel corso del quale S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha tenuto una conferenza dal titolo “Towards an Authentic Implementation of Sacrosanctum Concilium” (“Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum Concilium”), che ha avuto ampia risonanza mondiale. La rivista Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, ha avuto il privilegio di ottenere l’autorizzazione di pubblicare la traduzione italiana dell’allocuzione del card. Sarah, che sarà inclusa nel numero 382 della rivista (ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40), in uscita nei prossimi giorni (per ordini, abbonamenti e informazioni scrivere allindirizzo: abbonamenti.cristianita@alleanzacattolica.org). Con il permesso della direzione della rivista Cristianità, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della conferenza del card. Sarah, in formato pdf.



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sabato 3 dicembre 2016

Avvento con “L’oblato” di Huysmans

È che si gela qui dentro, mormorava Durtal; che il mio uomo abbia dimenticato l’appuntamento? Un trascinare di scarpe in corridoio lo rassicurò.
«Sono in ritardo», disse il religioso, «ma abbiamo appena finito di buttar giù in refettorio, secondo la tradizione, una tazza di vin brulé per scaldare il sangue, perché staremo in piedi a cantare fino all’aurora. È pronto?».
«Sì, padre», rispose Durtal che si mise sull’inginocchiatoio e si confessò. Dopo avergli domandato l’assoluzione, con pacatezza, con calma, parlando come a una conferenza ai suoi novizi, dom Felletin trattò di quell’Avvento che era morto e di questa festa di Natale che stava per nascere.
Durtal si era seduto e lo ascoltava.
«Sono terminate queste quattro settimane», diceva, «che rappresentano i quattromila anni che sono trascorsi prima della venuta di Cristo. Il primo giorno dell’anno civile, il primo gennaio del calendario gregoriano, è per il mondo un motivo di allegria; per noi, il giorno dell’anno liturgico, che è la prima domenica d’Avvento, è stato un argomento penoso. L’Avvento, simbolo d’Israele che invocava la venuta del Messia macerandosi e digiunando sotto la cenere, è, in effetti, un tempo di penitenza e di lutto. Non si canta il Gloria, non si suona l’organo nei giorni feriali, non si dice Ita missa est, non si canta il Te Deum nell’Ufficio notturno; abbiamo adottato come segno di tristezza il violetto e, come segno ancor più energico d’inquietudine e di ansia in certe diocesi, come in quella di Beauvais, inalberavano ornamenti color cenere; anche in altre, quelle di Le Mans, di Tours, le chiese del Delfinato, rincaravano ancora sul senso dei colori smorti, vestendosi con la tinta del trapasso, di nero.
La liturgia di quest’epoca è splendida. Allo sconforto delle anime che piangono i loro peccati, si mescolano i clamori eccitati e gli urrà dei Profeti che annunciano che il perdono è vicino; le Messe delle Quattro Tempora, le grandi “antifone O”, l’inno dei Vespri, il Rorate coeli della Salvezza, il responsorio del Mattutino della prima domenica, possono essere considerati tra i più preziosi gioielli del Tesoro dell’Ufficio; solo gli scrigni della Quaresima e della Passione contengono dell’oreficeria così perfetta; eccoli ora riposti nei loro cassetti, per un anno. La gioia degli auguri esauditi succede alle ansie delle scadenze; e tuttavia non tutto è finito, perché l’Avvento si riferisce non solo alla Natività di Cristo, ma anche al suo ultimo Avvento, cioè a questa fine del mondo quando verrà, come si professa nel Credo, a giudicare i vivi e i morti. È necessario perciò non dimenticare questo punto di vista e innestare sulla gioia rassicurante del Nuovo Nato, il salutare timore del Giudice.
L’Avvento è, dunque, sia il Passato che il Futuro; ed è anche, in un certo modo, il Presente; perché questa stagione liturgica è la sola che debba sussistere immutabile in noi; le altre scompaiono con il succedersi del tempo. Lo stesso anno termina, ma senza che l’universo scompaia in un definitivo cataclisma; e di generazione in generazione, ci trasmettiamo l’angoscia; dobbiamo sempre vivere in un eterno Avvento perché, aspettando la suprema fine del mondo, avrà il suo compimento in ciascuno di noi con la morte.
La stessa natura ha il compito di simbolizzare la cura di questa stagione che abbiamo vissuto; il decrescere dei giorni era come l’emblema delle nostre impazienze e dei nostri rimpianti; ma i giorni si allungano dal momento che il Signore nasce; il Sole di Giustizia dissipa le tenebre; è il solstizio d’inverno e sembra che la terra, liberata da persistenti tenebre, gioisca.
Dobbiamo dunque, come lei, dimenticare per qualche ora l’opprimente pensiero dei castighi, pensare solo a quest’avvenimento inesprimibile di un Dio divenuto bambino per riscattarci...
Mio caro amico, ha preparato bene il suo Ufficio, vero? Ha già letto le stupende antifone del Mattutino; mi intratteneva poco fa su queste, durante la confessione, sulle sue ansie e le sue distrazioni durante il canto della salmodia; si lamenta del dolore che prova nel vedersi così tanto impregnato di atmosfera mondana; si domanda se la routine non annichilisca l’efficacia delle sue preghiere? Lei cerca allora sempre il pelo nell’uovo con sé stesso! Ma, vediamo, la conosco abbastanza bene per sapere che questa notte lei trasalirà di piacere, solo ascoltando lo stupendo Invitatorio dell’Ufficio. Ha dunque bisogno di insistere su ogni parola, di soppesare qualsiasi risposta? Non sente la presenza di Dio, in questo entusiasmo che non ha niente da spartire con la discussione e l’analisi? Ah! Non è semplice con Lui! Lei ama più di chiunque altro la prosa ispirata delle Ore e vuole convincersi di non amarli abbastanza. È folle! Finirà, con così tanti dubbi, per compromettere ogni slancio; e stia attento perché la malattia dello scrupolo, di cui ha tanto sofferto alla Trappa, ritorna!
Allora faccia il bravo con sé stesso e sia meno pignolo con Dio! Non esige che lei smonti, come gli ingranaggi di un orologio, gli argomenti delle sue preghiere e ne sminuzzi la comprensione quando comincia a formularle. Le domanda solo di recitarle. Ecco un esempio: scegliamo una santa della quale non potrà discutere l’autorità, santa Teresa; non conosceva il latino e non si augurava che le sue figlie lo imparassero; e tuttavia le carmelitane sanno salmodiare l’Ufficio in questa lingua. Secondo la minuzia delle sue congetture, pregherebbero male, allora! La verità è che sanno che, facendo così, cantano le lodi al Signore e lo implorano per quelli che non lo adorano affatto e questo è sufficiente; riempiono di questi pensieri queste parole di cui esse non conoscono in modo preciso il senso e che tuttavia rendono i loro desideri in maniera assoluta; ricordano a Gesù le sue promesse e i suoi rimproveri. Le loro preghiere Gli presentano, se posso dire, un trattato che segnò con il suo sangue e che non può lasciar inesaudito; forse non siamo infatti creditori di certe promesse dei suoi Vangeli?».
«Solo... solo...» continuò il monaco, dopo un silenzio, come parlando a sé stesso, «queste promesse dovute all’immensità del suo amore esigono, perché si realizzino, che ritorniamo a Lui una giusta misura – tuttavia calcolata col nostro metro – giacché, che misera ripercussione dell’infinito ci portiamo in noi stessi! Questo povero amore, non si ottiene che attraverso la sofferenza. Bisogna soffrire per amare e soffrire ancora quando si ama!
Ma dimentichiamo tutto questo: non veliamo la gioia di queste poche ore: ritorniamo a noi, pensiamo subito a questa incomparabile veglia, a questo Natale che ha fatto piangere di tenerezza in tutte le epoche. I Vangeli sono brevi; ci relazionano gli avvenimenti senza riflettere sui dettagli; non c’è posto all’ostello e questo è tutto. Ma che meravigliosa forma di liturgia si è creata attorno a questo nodo che sembrava così arido! L’Antico Testamento è venuto a completare il Nuovo; è il contrario di ciò che succede di solito; contrariamente a tutti i precedenti sono i testi anteriori che completano quelli che seguono; il bue, l’asino, non è a san Luca, ma a Isaia che li dobbiamo; sono da sempre acquisiti nell’O gran mistero, uno dei più bei responsori del secondo notturno di questa notte.
Ah! La radiosa bellezza della teofania! Quando Gesù è appena nato e non può ancora parlare, simbolizza in modo immediato, con un’azione materiale, gli insegnamenti che proclamerà così chiaramente più tardi. La sua prima cura è di mettere in pratica e di confermare con un esempio il canto che glorifica sua Madre, l’exaltavit humiles del Magnificat!
La sua prima riflessione è un pensiero di deferenza verso di Lei. Vuol giustificare davanti a tutti il grido di vittoria della Vergine e in effetti attesta nello stesso tempo che i piccoli sono i suoi preferiti e che devono stare davanti a Lui prima dei potenti. Certifica che i ricchi avranno più difficoltà dei poveri a essere ammessi alla sua presenza e lo fa capire imponendo un lungo viaggio a questi sovrani e a questi sapienti, i Magi, dispensando da queste fatiche e pericoli i pastori che invita per i primi ad adorarlo e rialza la gerarchia degli umili, delegando per condurli davanti a Lui, non più la luce silenziosa di una stella, ma una truppa estasiata di angeli!
E la Chiesa si conforma ai disegni del Figlio. In questa notte di Natale, i Magi si manifestano solo tra le quinte e non se ne parlerà neppure, invero avranno un Ufficio esclusivamente loro solo per la festa dell’Epifania. Oggi, tutto è per i pastori.
Aggiungiamo inoltre che Maria ha sempre confermato questa intenzione perché nelle sue più note apparizioni, Lei si è sempre indirizzata a dei guardiani di greggi, non a dei sapienti, a dei monarchi o a delle donne ricche».
«Senza dubbio, padre», disse Durtal, «tuttavia mi permetta un’osservazione. La lezione d’umiltà che mi ha ricordato appena adesso è stata un po’ persa. Il Medioevo che ha inventato tante leggende sui re Magi, non ne ha mai immaginata una sola per i poveri pastori; le reliquie dei magi, promossi al rango di santi, sono ancora venerate a Colonia e nessuno si è mai occupato di sapere ciò che era stato dei resti modesti dei pastori, né si è domandato se fossero, anche loro, dei santi!».
«È vero», disse sorridendo il monaco. «Cosa vuole, l’umanità ama alla follia il mistero; i Magi erano così enigmatici, così strani che tutto il Medioevo ha sognato di questi potenti che rappresentavano, per esso, il culmine della ricchezza e l’apogeo della potenza; e ha dimenticato i buoni che vedeva tutti i giorni. È il vecchio adagio, i primi davanti a Dio sono gli ultimi davanti agli uomini.
Vada in pace, faccia la comunione, mio caro, e preghi per me».

[Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, trad. it., D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp. 180-184]

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lunedì 28 novembre 2016

C come clausura - San Benedetto per tutti / 5

“Il monastero, poi, dev’essere possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto l’occorrente, ossia l’acqua, il mulino, l’orto e i vari laboratori, per togliere ai monaci ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime” (RB LXVI,6-7).
Detto in altri termini, un monaco fuori della sua clausura è come un pesce fuor d’acqua!
Per via negativa, il grande beneficio della clausura è certamente di proteggere il monaco dal mondo e dal suo spirito. San Benedetto è assai vigilante ed esigente su questo punto. Perciò chiede ai suoi monaci di “rendersi estraneo alla mentalità del mondo” (RB IV,20) e che “nessuno si permetta di riferire ad altri quello che ha visto o udito fuori del monastero, perché questo sarebbe veramente rovinoso” (RB LXVII,5).
Per via positiva, la vita in clausura apporta soprattutto un quadro in cui tutto è organizzato in vista di facilitare l’ascolto e il servizio di Dio, l’intimità con lui.
Comprendete quindi che per noi la clausura è ben più di un muro. Essa è il segno di una ferma volontà di mettere qualcosa fra il mondo e noi, al fine di favorire la nostra unione con Dio.
Ma allora, cari amici, se questo è il significato profondo della nostra clausura, non ritenete che un certo spirito di clausura è indispensabile per la vostra propria vita di unione al Signore? Da qui la seguente domanda, per aiutarvi: di fronte al mondo, alle sue sollecitazioni permanenti, al suo ritmo, alla dittatura del brusio… come s’incarna concretamente nella vostra vita quotidiana questa volontà di mettere qualcosa fra il mondo e voi, a beneficio della vostra unione con Dio?
La risposta franca a questa domanda vi permetterà di vedere alquanto chiaramente quale posto gli lasciate effettivamente!
La prossima volta, Q come quaresima

[Fr. Ambroise O.S.B., “Saint-Benoît pour tous...”, La lettre aux amis, del Monastero Sainte-Marie de la Garde, n. 24, novembre 2016, p. 4, trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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domenica 27 novembre 2016

Ordo Divini Officii 2017

Domenica 27 novembre 2016 inizia il Tempo dell’Avvento ed entra così in vigore il nuovo calendario liturgico. Per quanti desiderano recitare l’Ufficio monastico – che, lo ricordiamo, può essere ascoltato in diretta  e seguire il calendario liturgico nella forma extraordinaria del Rito romano in uso nell’abbazia Sainte-Madeleine di Le Barroux, è ora disponibile online in formato pdf lOrdo 2017 (il cui link permanente rimane durante lanno anche nel menu "Liturgica" del blog Romualdica).



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mercoledì 23 novembre 2016

Un Messaggio da Padre Cassiano Folsom O.S.B.

Con una lettera datata 22 novembre 2016, Padre Cassiano Folsom O.S.B., Priore del Monastero San Benedetto di Norcia, ha annunciato di avere presentato le dimissioni dalla sua funzione all'Abate Primate, Dom Gregory Polan O.S.B., il quale ha chiamato Padre Benedetto Nivakoff O.S.B. a ricoprire il ruolo di Priore della comunità monastica. Alla pagina https://it.nursia.org/2016/11/23/un-priore-monaci è possibile leggere l'integralità della lettera di Padre Cassiano, una comunicazione del nuovo Priore, un suo breve profilo biografico, e un messaggio video di Padre Cassiano, che riproduciamo qui di seguito. Invitiamo i lettori di Romualdica a una fervente preghiera di ringraziamento per l'opera avviata da Padre Cassiano, e di sostegno a Padre Benedetto per il grave impegno di paternità spirituale che ora lo attende, nel solco delle parole di Padre Cassiano: "rendiamo grazie per la vita della nostra comunità: perché è piantata, perché è irrigata, e per la sua crescita che viene da Dio".



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mercoledì 16 novembre 2016

La liturgia tradizionale secondo Thomas Merton: un’irripetibile esperienza monastica e cristiana

Da una lettera del 1964 di Dom M. Louis (Thomas) Merton O.C.S.O. (1915-1968) a Dom Ignace Gillet O.C.S.O. (1901-1997), all’epoca Abate generale dei Trappisti, a proposito della discussione sul rinnovamento monastico e i cambiamenti in corso nella famiglia cistercense.

[…] Ecco cosa penso del latino e del canto gregoriano: si tratta di capolavori che ci offrono un’irripetibile esperienza monastica e cristiana. Hanno una forza, un’energia, una profondità senza eguali. In confronto tutti gli uffici proposti in inglese sono alquanto impoveriti; inoltre, non è per nulla impossibile rendere queste cose comprensibili e apprezzate. In genere mi riesce quasi bene nel noviziato, naturalmente con qualche eccezione, di chi non comprende bene. Ma devo aggiungere qualcosa di più serio. Come sapete, ho molti amici nel mondo che sono artisti, poeti, autori, editorialisti, ecc. Ora, costoro sono ben capaci di apprezzare il nostro canto e anche il nostro latino. D’altro canto essi sono tutti, senza eccezioni, scandalizzati e addolorati quando dico loro che probabilmente questo Ufficio, questa Messa, non esisteranno più da qui a dieci anni. E questo è il peggio. I monaci non possono comprendere questo tesoro che possiedono, e lo gettano via per cercare qualcosa d’altro, quando i secolari – che per la maggior parte non sono nemmeno cristiani – sono in grado di amare quest’arte incomparabile.

[Thomas Merton, The School of Charity: Letters on Religious Renewal and Spiritual Direction, a cura di Patrick Hart, Farrar Straus & Giroux, New York 1990, p. 236,  trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B.]

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martedì 1 novembre 2016

Ancora una pagina del “romanzo liturgico” di Huysmans

Joris-Karl Huysmans (1848-1907)
[La scorsa settimana abbiamo annunciato l’uscita della prima traduzione italiana del romanzo di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), L’oblato, decimo titolo della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni, pubblicato da D’Ettoris Editori, tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo, con ampia ed erudita Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele (Crotone 2016, pp. 396, euro 21,90, ordini diretti tramite la e-mail info@dettoriseditori.it). Nel segnalare ai lettori che il volume è in vendita anche tramite il sito Internet delleditore con lo sconto del 15% sul prezzo di copertina e senza spese di spedizione, offriamo in anteprima un secondo brano (pp. 335-338) di questo autentico “romanzo liturgico”.]

«Non è da oggi che la riforma del Breviario è ritenuta necessaria», replicò dom Felletin. «I secoli hanno tramandato la preoccupazione per queste revisioni. Legga le Istituzioni Liturgiche del nostro padre dom Guéranger e la storia del breviario romano dell’Abate Batiffol e vedrà che non c’è un’epoca nella quale i reclami del clero non si siano estesi fino a Roma.
Opera anonima, prodotto, come il canto piano dal genio e la pietà dei secoli, il Romano aveva raggiunto una reale perfezione alla fine del secolo VIII. Si conservò pressoché intatto fino alla fine del XII. Corretto nel XIII a uso dei frati minori dal loro ministro generale padre Aimone, fu di uso grazie al suo interessamento in tutte le diocesi e finì per abolire il testo originale. Ora i cambiamenti dei francescani erano semplicemente deplorevoli. Infarcivano l’Ufficio di frasi interpolate o dubbiose, l’ingombravano di racconti apocrifi o inutili, inauguravano un sistema che prevedeva il sacrificio del Temporale al Santorale. Così com’è, questo Ufficio sopravvisse fino al secolo XVI. Allora Papa Clemente VII volle rivederlo da capo a fondo. Si indirizzò a un cardinale spagnolo, appartenente anche lui all’Ordine di san Francesco, e dal lavoro di questa eminenza uscì quello che è chiamato il breviario di Quignonez, una compilazione ibrida, senza capo né coda, estranea a ogni tradizione. Lo si dovette subire, ma non per lungo tempo questa volta, perché ventidue anni dopo la sua pubblicazione, un rescritto di Papa Paolo IV proibì che lo si rieditasse.
Questo sovrano Pontefice conferì al Concilio di Trento un nuovo progetto per l’Ufficio canonico, ma morì e fu il suo successore Pio V che lo riprese. Intendeva ripristinare l’antico Ordo e sfoltirlo dai testi parassiti che lo soffocavano; propose anche come principio di non accogliere facilmente feste per nuovi santi, per paura di usurpare il posto riservato a epoche successive e, quando il lavoro fu terminato, lo decretò obbligatorio per tutti, decise che non avrebbe mai potuto essere modificato e depennò i breviari datati meno di duecento anni.
Il suo non era perfetto, ma quanto superiore a quelli che rimpiazzava! Aveva almeno ripristinato l’uso dell’antifonale e il responsorio dell’epoca di Carlo Magno e arretrato l’Ufficio dei Santi rispetto all’Ufficio del Tempo.
Trent’anni dopo, nonostante il divieto di Pio V di modificare, in tutto o in parte, la sua opera, il suo immediato successore Papa Clemente VIII, giudicandola non corretta o incompleta, a sua volta la manipolò e la corresse, e agendo in senso inverso assicurò la preponderanza del santorale a spese dei giorni festivi; ciò che si era guadagnato con Pio V, lo si perse con Clemente.
Ecco già un numero elevato di revisioni del breviario. Aggiungiamo anche Urbano VIII nel secolo XVII. Questo Papa essendo poeta latino dotò l’Ufficio di due inni di sua composizione, quello per san Martino e uno per santa Elisabetta del Portogallo, due mediocri sequenze che non lasciano alcuna eredità, ma quel che è peggio, è che ordinò di manipolare le antiche e queste sono – ahimè! – quei riaggiustamenti che il Romano canta ancora!
La storia del breviario romano si ferma qui, perché non considero le diverse innovazioni introdotte di recente nella parte della traslazione delle feste; non toccano affatto, infatti, il cuore e la vita stessa dell’Ufficio.
Quanto alla Liturgia gallicana, esaminando la sua struttura, si può crederla sorta in parte dalle chiese d’Oriente. Fu ai suoi inizi, insomma, una saporosa mistura di riti dal Levante e da Roma; fu smantellata sotto il regno di Pipino il Breve, in particolare di Carlo Magno che, spinto da Papa Adriano, diffuse la liturgia romana nelle Gallie.
Durante il Medio Evo, si accrebbe di inni meravigliosi, di deliziosi responsori; creò tutta una serie di testi simbolici, ricamò sulla trama italiana i più candidi ori. Quando fu promulgata la bolla di Pio V, la liturgia francese, che aveva quasi otto secoli di vita, era libera di non accettare il breviario riformato romano. Lo accolse per deferenza. I vescovi distrussero l’opera di artisti locali, bruciarono, per così dire, i loro Primitivi. Ne salvarono in ogni caso solo qualcuno che rinchiusero nella piccola sacrestia del Proprio diocesano. Solo la metropoli di Lione mantenne intatto il suo deposito e le siamo debitori per poter ascoltare, nell’antica basilica di San Giovanni, delle orazioni molto arcaiche e degli scritti che ispirano venerazione.
La perdita di antiche consuetudini e l’eliminazione di antiche preghiere furono, se lo consideriamo solo dal punto di vista archeologico e artistico, atti di vera barbarie, di puro vandalismo. Ogni carattere di originalità scomparve dall’Ufficio».
«Sì», interruppe Durtal, «fu qualcosa come un rullo compressore che livellò tutte le strade liturgiche in Francia!».
«Alla fin fine», riprese il monaco, «questo edificio fatto di pezzi e frammenti durò, bene o male, fino al regno di Luigi XIV. Allora, le idee gallicane e il giansenismo intervennero e la demolizione della struttura tante volte riparata si completò.
Si abbatté il breviario Romano e si riedificò su nuove basi.
Allora abbiamo avuto le opere di Harlay, de Noailles, Vintimille. Questi prelati sconvolsero dalle fondamenta il salterio, ammisero solo antifone e responsori tratti dalle Scritture: depennarono le leggende dei santi, ridussero il culto della Vergine Maria, estromisero una serie di feste, sostituirono gli antichi inni con delle poesie di Coffin e di Santeuil. Lo si ricoprì di eresie gianseniste in un latino paganeggiante. Il breviario di Parigi fu una specie di manuale protestante che i giansenisti parigini divulgarono in provincia.
Si produsse nelle diocesi, dopo poco tempo, una vera anarchia; ognuno si fabbricò un Ufficio a suo uso, ogni fantasia era ammessa. Si viveva sotto il regime del beneplacito dell’Ordinario, quando dom Guéranger riuscì a riportare l’unione nella preghiera nel nostro paese facendo adottare, una volta per tutte, i riti della chiesa di Roma.
Adesso la cristianità è perciò – salvo gli Ordini religiosi i cui breviari avevano, come il nostro, più di duecento anni, quando apparve la bolla di Pio V – soggetta all’egemonia del Romano come l’ha sistemato, guastandolo, Urbano VIII.
Lascia molto a desiderare, ma alla fin fine, così com’è, malgrado l’incoerenza che gli rimproverate, e aggiungerei io malgrado la scelta più che mediocre dei suoi capitoli e delle sue lezioni, rappresenta almeno un ampio, magnifico insieme.
Raccoglie brani di grande bellezza; pensi alle Messe penitenziali della Quaresima e dell’Avvento, a quelle delle Quattro Tempora, alla festa delle Palme; si ricordi il meraviglioso Ufficio della Settimana Santa e la Messa per i defunti; rammenti le antifone, i responsori, gli inni di Avvento, Pentecoste, Ognissanti, Natale ed Epifania; consideri i Mattutini, le Lodi, il meraviglioso Ufficio di Compieta e ne converrà che non esistono, in nessuna letteratura al mondo, pagine altrettanto splendide e luminose».
«Sono d’accordo, padre».

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